Patrizia Asproni, Presidente Fondazione Torino Musei

“Anche se il futuro sembra lontano, in realtà comincia proprio adesso”.

Queste le parole di Mattie JT Stepanek, un giovane poeta spentosi all’età di 13 anni, con cui si sono aperti i lavori di Museum: Vision 2026. Parole di speranza, che rieccheggiano anche nello statement del Museo del Futuro  che aprirà nel 2018 a Dubai: “The future belongs to those who can imagine it, design it, and execute it. While others try to predict the future, we create it”. La promessa, contenuta all’interno di un edificio all’altezza dello scintillante skyline della città, è di realizzare molto più di un polo museale: un hub aperto alle menti creative di tutto il mondo dove “creare, testare e commercializzare servizi e prototipi futuristici”. Una vera e propria “casa” per gli innovatori scientifici e tecnologici che mostra il futuro al pubblico nello stesso momento in cui contribuisce a scriverlo.
Dalla Penisola Araba al Brasile, un altro esempio di istituzione museale di ispirazione avveniristica è il Museo del Domani  di Rio De Janeiro, questa volta dedicato a ecologia, biodiversità, salvaguardia dei beni naturali e del paesaggio.
Cos’hanno in comune esperienze di questo tipo, insieme a molte altre che stanno nascendo, è tanto chiaro quanto rivoluzionario: 1. La “materializzazione” del futuro come elemento di contenuto intorno al quale costruire una filosofia espositiva (e non solo); 2. La riformulazione del paradigma dell’offerta museale tradizionale, oggi basato sulla relazione conservazione-istituzioni/fruizione-pubblico in favore di quella call to action/partecipazione.
Non si discute sul fatto che si tratti di un cambiamento epocale, che tira fuori di prepotenza il dibattito dall’obsoleta dicotomia tra tutela e valorizzazione per proiettare lo sguardo molto più in là, verso un futuro non più e non solo da profetizzare in senso asimoviano, ma da contribuire a costruire passo dopo passo, anche attraverso la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza museale.
È un domani user-generated quello che scuote anche le istituzioni culturali nostrane verso un nuovo dinamismo, accentuandone la dimensione di laboratori del sapere unici perché costruiti su un patrimonio storico-artistico senza eguali, e assegnando al pubblico il ruolo di protagonista, propulsore e generatore, esso stesso, di conoscenza.
La cultura, i beni culturali, sono stati paragonati spesso ad elementi come l’oro, il petrolio addirittura, in un paragone infelice. Io penso che la cultura sia come l’acqua. È fondamentale per la vita, è e deve essere di tutti. Tutti hanno il diritto di utilizzarla e il dovere di preservarla: non si deve sprecare, inquinare, distruggere, perché se venisse a mancare, l’umanità finirebbe con essa.

L’acqua è l’elemento vitale per il corpo, la cultura è l’elemento vitale per lo spirito, il cervello.

Dobbiamo quindi fare in modo, lavorare, operare affinché questa risorsa dell’umanità abbia la massima accessibilità. I Musei sono laboratori. Viviamo, lo dicono gli scienziati più visionari, in un tempo quantico, dove passato/presente/futuro coincidono e tutto è influenzato da tutto.
Nei musei e attraverso le opere che essi custodiscono passa di fatto l’intera storia dell’umanità e del pensiero: big data a portata di mano, strumenti di lettura degli scenari contemporanei e di pre-visione di quelli futuri, ai quali va garantito il massimo accesso. La conseguenza diretta è, evidentemente, la riorganizzazione dell’offerta.
In questa parte di mondo, l’Italia, che vive di accelerazione riflessa da un lato, e di glorie passate dall’altro, sono questi gli interrogativi che il sistema cultura deve affrontare. Se l’esempio del Museo del Futuro di Dubai è contiguo con la vocazione futuristica del contesto in cui insiste, il modello di Rio è idealmente più affine ad un possibile sviluppo del nostro, in cui il paesaggio si fa infrastruttura e i beni culturali, come l’acqua e gli altri beni naturali, rappresentano un patrimonio indispensabile alla cui tutela e promozione è legata la stessa sostenibilità del futuro. L’approccio non è inedito, per la verità: è quello già adottato nel Rinascimento, e che passa dal recupero della relazione tra natura e cultura, investendo oggi più che mai le comunità della responsabilità di conoscere e “abitare” il patrimonio che gli appartiene con la massima consapevolezza di contribuire a farlo vivere nel presente e a costruire, attraverso di esso, l’avvenire.